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Videocamere, droni o altri dispositivi: così milioni di persone vengono spiate

La sicurezza resta uno dei temi più pressanti per chi ci governa, richiedendo un delicato equilibrio col rispetto dei diritti fondamentali.

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di Vincenzo Tiani

Il problema della sicurezza di una città o un Paese resta uno dei più pressanti per chi ci governa. Richiede infatti un delicato equilibrio tra la necessità di prevenire atti criminali, si tratti di disordini negli stadi o di atti terroristici veri e propri, e di garantire il rispetto dei diritti fondamentali.

Dall’attacco alle Torri dell’11 settembre, evento che diede il via libera alla sorveglianza di massa effettuata dal governo americano e da alcuni suoi alleati, poi svelata nel 2013 da Edward Snowden, ex collaboratore dell’agenzia di sicurezza nazionale americana, molte cose sono cambiate. In questi vent’anni abbiamo assistito alla rivoluzione di internet, frutto della combinazione di una adozione massiccia di smartphone e social network, e a quella tecnologica che ci sta portando in questi anni l’adozione dell’intelligenza artificiale in sempre più settori.

Il mondo è cambiato

Il primo cambiamento ci ha messo un minicomputer in tasca e la possibilità di esprimere e condividere col mondo quello che pensiamo, il secondo ci consente di gestire quel minicomputer con la voce, di avere auto che ci aiutano nella guida, di poter individuare tumori prima del tempo.

Inutile dire che la fiducia nel soluzionismo tecnologico non può essere cieca e deve sempre tenere a mente l’altra faccia della medaglia.

Il primo cambiamento ci ha portato, soprattutto in quei casi in cui usiamo il nostro vero nome e la nostra foto, ad auto-schedarci, fornendo preziose informazioni a qualsiasi attore, sia esso il vicino di casa stalker, che il dittatore di un Paese non democratico che perseguita attivisti per i diritti civili e giornalisti. Il secondo cambiamento ha migliorato quel processo di schedatura e controllo di quanto succede sul territorio, con l’ausilio di droni comandabili da remoto, o del riconoscimento facciale in tempo reale.

Inevitabilmente quel delicato bilanciamento di cui sopra si è spostato in modo significativo andando a pendere sempre più verso la voce della sicurezza a scapito di quella dei diritti.

La videosorveglianza nelle città

In Italia, e non solo, la politica ha capito che la sicurezza percepita, soprattutto nelle grandi città, conta più dei diritti. A tal punto che in molti casi si è passati ad utilizzare sistemi di riconoscimento facciale in tempo reale senza il rispetto delle prescrizioni normative europee sul tema, in vigore dal 2018. Si tratta del GDPR e della direttiva sorella sul trattamento dei dati personali da parte delle forze dell’ordine.

Leggi tutto l’articolo su TPI.

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