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Privacy, il 2022 è l’anno dei DPO: tutte le sfide per i responsabili della protezione dei dati

Il 2022 sarà un anno cruciale per i temi della privacy e per questo occorre valorizzare la figura del data Protection Officer. La raccomandazione è quella di trasformare il DPO in una funzione organica, integrata e coinvolta secondo logiche di ordinarietà. Ecco perché è importante.

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di Rocco Panetta

Se il buongiorno si vede dal mattino, il 2022 sarà di certo un anno costellato di grandi sfide nel settore della privacy e della data economy. Già il solo gennaio ha portato moltissima nuova carne sul fuoco dell’accountability[1].

Non a caso ho parlato del 2022 come anno “swing” della data economy.

Si rende dunque necessario adottare un approccio che consenta di dominare (e non farsi dominare da) tutte le novità che da qui ai prossimi mesi investiranno il settore della protezione dei dati, cercando al tempo stesso di valorizzare ciascuna di esse in un’ottica di vantaggio competitivo.

Il primo passo in questa direzione è quello di valorizzare la figura del Responsabile della Protezione dei Dati (RPD) o Data Protection Officer (DPO), che dir si voglia.

A questo proposito, proprio un anno fa usciva alle stampe un libricino, il manuale essenziale del DPO, da me scritto assieme ai colleghi Tommaso Mauro e Federico Sartore e con la prefazione di Guido Scorza, Componente del Collegio dell’Autorità Garante. Un lavoro che a dispetto delle dimensioni è per me importante, in cui teoria e pratica dialogano dinamicamente, con lo sguardo rivolto alle sfide per il futuro. Futuro che, oltre ogni più rosea aspettativa, può dirsi per certi versi già arrivato. Per questo ho deciso di tornare sull’argomento con questo breve contributo, per provare ad individuare cinque buone abitudini per i rapporti tra titolari del trattamento e DPO per il 2022.

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