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Privacy bistrattata, ma è perno del nostro futuro: cosa serve per una svolta

In Italia la privacy è un tema banalizzato e sminuito a cui ci si approccia in modo sciatto. Serve consapevolezza che la stragrande maggioranza dei fenomeni della società contemporanea passano (e sempre più passeranno) dal trattamento dei dati personali. Serve un impegno corale di istituzioni, autorità e operatori economici

di Rocco Panetta

Tempo di pandemia, tempo di riflessioni, tempo di bilanci e ripartenze. Ed ecco emergere diverse priorità, nuove disparità, ma anche opportunità inedite. Nondimeno, il difficile periodo dal quale tutti noi siamo ora chiamati a ripartire ha finalmente reso evidente, anche ai più scettici o distratti, un dato incontrovertibile: l’era della data economy è qui. Ciò significa sostanzialmente due cose, la prima è che occorre prendere atto di non poter interpretare questo nostro tempo senza tenere costantemente in considerazione, secondo l’insegnamento sempre presente e più che mai vivo e attuale di Stefano Rodotà, la dialettica tra tecnologia e diritti fondamentali, primo fra tutti quello alla protezione dei dati personali. La seconda è che per calarsi in tale dimensione occorre disporre dei giusti strumenti con cui guardare sia al presente che al futuro.

Chiedersi oggi quali debbano essere le priorità per i prossimi sei mesi nel mondo della data economy è un esercizio necessario e che deve guardare congiuntamente a tutti gli stakeholder di questo complesso ecosistema, e dunque istituzioni, autorità ed operatori economici, pubblici e privati.

Il programma per una rinnovata politica istituzionale

Il primo punto all’ordine del giorno nell’agenda del prossimo semestre del nostro legislatore ha un carattere prettamente sistematico, il quale tuttavia si riverbera in cruciali conseguenze pratiche. Il tema è quello della ancora parziale e del tutto insufficiente comprensione del contesto tecnologico in cui viviamo e dei risvolti che tale situazione determina sia a livello di tutela dei diritti individuali che sul piano della ripresa economica.

La questione non è certamente nuova, né tantomeno si esaurisce in una dimensione esclusivamente nazionale, e tuttavia è proprio in quest’ultimo contesto che se ne possono saggiare maggiormente gli effetti. Si tratta cioè di evidenziare come le nostre istituzioni non abbiano ancora adeguatamente metabolizzato l’indissolubile fascio di conseguenze che scaturiscono dalla sempre più stretta interazione tra uomo e macchina. Un fenomeno che da molti pensatori e operatori del diritto e dell’economia, è stato sempre e giustamente descritto nella sua struttura binaria. Da un lato ci sono le nuove e grandiose opportunità che la tecnica è in grado di offrire all’essere umano. E di questo tutti facciamo esperienza ogni giorno. Dall’altro, con forza eguale e contraria, emergono una quantità crescente di vulnerabilità e pericoli inediti. Invero, di tale secondo aspetto stiamo iniziando solo ora a saggiarne la dirompente portata. L’esempio dell’attacco hacker ai sistemi della Regione Lazio è di fin troppo facile formulazione (mutatis mutandis, può valere anche quanto accaduto [1]all’oleodotto della Colonial Pipeline negli Stati Uniti qualche mese fa).

Sia ben chiaro, non può certo dirsi che il legislatore nazionale non abbia contrattaccato, anche sulla scia di un percorso avviato in sede di Unione europea. Senza scomodare l’iter giuridico e politico che ha condotto dalla Direttiva 95/46/CE al Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), basta guardare a quanto accaduto in un altro ambito di cui in passato ho avuto modo di avanzare qualche riflessione[2], ossia quello della cybersecurity. Dall’approvazione nel 2016 della Direttiva NIS alla recentissima istituzione[3] dell’Agenzia per la cyber sicurezza nazionale, non sono mancati gli interventi normativi in una materia che, al pari e di pari passo con quella sulla privacy, assume sempre maggiore rilevanza e che si inizia finalmente a delineare quale corpus normativo autosufficiente.

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